|
Miti, leggende, racconti e fiabe sull'origine del gioco degli scacchi
sono stati elaborati spesso anche a distanza di secoli rispetto
all'avvenimento narrato e non di rado sono pure fantasie: confermano
pero' che il gioco ebbe sempre fortuna in ogni epoca.
Non sono poche, per esempio, le leggende che si riallacciano alla
tradizione biblica, come quella secondo la quale Adamo avrebbe
giocato a scacchi per consolarsi della morte del figlio Abele.
Ancora ispirandosi alla Bibbia altre fonti parlano della
abilita' nel gioco degli scacchi di Sem, figlio di Noe'
e capostipite della razza asiatica. Nei manoscritti arabi si narra
pure che Salomone avrebbe giocato con i suoi nobili.
E che Caleg, inviato ad esplorare la Terra Promessa,
sarebbe stato un appassionato scacchista.
 |
Anche la mitologia non e' immune al fascino degli scacchi; non per nulla
la protettrice ufficiale del gioco e' una ninfa degli alberi,
la driade Caissa (ove e' evidente la assonanza con il termine
inglese 'chess' che significa scacchi), il cui nome
appare per la prima volta nel poema dal titolo omonimo di sir
William Jones (1746-1794). Studioso di cultura orientale,
l'inglese scrisse il poemetto nel 1763, ma la prima pubblicazione
avvenne solo nove anni dopo ad Oxford. Nel poemetto Jones
attribuisce l'invenzione degli scacchi a Marte: Caissa, che da il nome
all'opera, ha solo attinenza indiretta con il gioco; di lei, infatti,
Marte si innamora ma non e' ricambiato; una Naiade gli suggerisce di
inventare un gioco che la lusinghi: "Non
sai tu un gioco, una attraente partita, che ti renda accetto agli occhi
della fanciulla?"; per questo lo consiglia di rivolgersi ad
Eufrone (o Sport), fratello di Amore. Eufrone acconsente e aiuta
Marte ad inventare un gioco, gli scacchi, cosi'
chiamati dal nome della ninfa stessa, per conquistarla.
|
A lovely Driad rang'd the Tracian wild,
her air enchanting, and her aspect mild:
to chase the bounding hart was all her joy,
adverse from Hymen and the Cyprian boy:
o'er hills and valleys her beauty fam'd
and fair Caissa was the damsel nam'd.
Una amabile driade corre per le foreste della Tracia
il suo viso e' incantevole, il suo aspetto dolce:
il suo passatempo e' la caccia del saltante cervo,
insidiata da Imene e dal figlio di Ciprigna:
per monti e per valli la sua bellezza e' famosa
e il nome della vezzosa fanciulla e' Caissa.
Il poemetto di Jones venne riprodotto in seguito da Peter Pratt
nei suoi "Studies of Chess" (Londra 1803) e si diffuse cosi nel mondo
degli appassionati. Successivamente anche George Walker accenno'
nel suo "Chess and Chessplayers" (1850) all'altare
di Caissa e ai devoti di Caissa, confermando in questa ninfa la musa
degli scacchi.
 |
Ancora di carattere mitologico la leggenda che vuole il gioco degli
scacchi (ed in subordine quello della dama) ideato dal mitico
Palamede, l'eroe greco che e' ricordato per avere 'inventato'
tre pasti al giorno e che smaschero' Ulisse con uno
stratagemma quando quest'ultimo si finse pazzo per non prendere parte
alla guerra di Troia. Ma, e qui abbiamo la testimonianza di Omero,
l'idea a Palamede la diede la dea Pallade Atena, altrimenti nota
come Minerva, che secondo la teogonia di Esiodo
era nata direttamente dal cervello di Zeus (foto),
altrimenti noto come
Giove. Dea guerriera e bellicosa, ma anche dea della quieta e
serena luce celeste, della saggezza e della prudenza,
Minerva ha caratteri morali connessi alla sua splendida bellezza
fisica: cosi la dea rappresenta la luce dell'intelligenza e dirige gli
eserciti, ma non in una guerra brutale, bensi con movimenti ragionevoli
e con i piu' accorti stratagemmi. Secondo Omero fu proprio Minerva
ad insegnare agli uomini ad aggiogare i
cavalli e ad usare i cocchi, fu lei ad inventare la tromba di guerra
ed il flauto, l'aratro e il telaio e, alla fine, gli scacchi.
|
Ma la Persia rivendica il diritto di primogenitura del gioco con
la leggenda di Sissa, o per la precisione
Sussa ibn Dahir al-Hindi, confermata da molti testi scritti in
lingua 'pahlavica', ovvero in persiano antico: Sissa e' il saggio che come
premio per l'invenzione del gioco chiese chicchi di grano, uno sulla
prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza
e cosi' via sempre raddoppiando, mettendo in crisi il suo pur ricchissimo
sovrano, il re Shiram. La storia e'
ripresa in un altro testo assai antico, composto verso il VII secolo d.C.
Si tratta del "Vicarisn i catrang ut nihisn i nev-artaxser",
ovvero "spiegazione del gioco degli scacchi e invenzione del gioco del
nard". Il 'nard' (poi 'tric trac' e oggi
'backgammon') utilizza i dadi e quindi e' aleatorio, poiche' la sorte
esclude la volonta' umana, mentre negli scacchi nulla e' lasciato al
caso. Nella contrapposizione tra i due giochi, gli scacchi vincono
nettamente grazie al loro aspetto
razionale, che da' liberta' e responsabilita' all'uomo, facendo derivare
ogni conseguenza da una libera scelta del giocatore.
Nel libro si legge: "La spiegazione del principio degli scacchi
(satrang) e' questa: e' cosa mediante intelligenza, in
conformita' di quanto e' stato detto dai saggi - la vittoria su chi e'
potente va ottenuta con la mente."
 |
Altri grandi nomi dell'antichita' cui sono riferiti aneddoti a carattere
scacchistico sono quelli di Tolomeo e di Alessandro Magno,
cui il suo maestro, Aristotele (foto), avrebbe scritto una lettera
riferentesi al gioco.
|
L'Occidente prosegue nella tradizione con i
Cavalieri della Tavola Rotonda: da Carlo Magno a Re Artu',
dai Paladini al Santo Gral.
 |
Carlo Magno giocava davvero a scacchi, come ricorda la
"Chanson de Roland" o si tratta dell'ennesimo falso storico?
Narra un aneddoto che dopo essere stato incoronato imperatore nell'800
da papa Leone III nella basilica di San Pietro a Roma, si
fermo' a Roma fino ai primi di maggio dell' 801. Poi parti' alla volta
di Aquisgrana, facendo pero' una deviazione a Pavia per ritirare un
gioco di scacchi in avorio che gli era stato donato dal califfo di
Baghdad, Harun-al-Rachid o Haroun-al-Rashid.
Di tale gioco si conserverebbe un solo pezzo,proveniente dal tesoro
della abbazia di Saint-Denis presso Parigi; tale pezzo rappresenta un
elefante, che allora equivaleva al moderno alfiere. Vi e' inciso un nome,
non si sa se di un proprietario o
dell'incisore, che per alcuni sarebbe orientale, per altri greco.
Tuttavia il pezzo e' sicuramente di origine posteriore a Carlo Magno.
Per di piu' pesa quasi un chilogrammo, per cui ci si chiede quanto
avrebbe dovuto pesare il Re? Al di la' del
reale valore del racconto su Saint Denis, non e' comunque impossibile
che l'imperatore conoscesse e apprezzasse gli scacchi,
gia' abbastanza diffusi anche nella sua epoca.
|
Le gesta scacchistiche dei Cavalieri della Tavola Rotonda
vengono cantate dai trovatori: i cavalieri affrontano in incruente
tenzoni a scacchi castellane belle quanto malvage. Chi perde ne diviene
schiavo, chi le sconfigge le libera
dall'incantesimo e ne gode i favori o ne conquista le proprieta'.
A questo periodo viene fatta risalire la prima applicazione storica
del matto du berger, come dicono i francesi, ovvero
matto del barbiere, attribuito al paladino francese Galvino.
Le mosse sono note:
1. e4,e5; 2. Ac4,d6; 3. Dh5,Cf6; 4. D:f7 scacco matto!
L'Oriente non e' da meno: un almanacco cinese riporta che nel 174 d.C.
l'imperatore Liu-Pang avrebbe incaricato Hang-Sing,
suo valoroso e accorto mandarino, di far guerra ad un re nemico.
Sopraggiunta la cattiva stagione e quindi il ristagno delle
operazioni belliche, Hang-Sing, per tenere desto lo spirito combattivo
dei soldati, avrebbe diffuso il gioco come immagine di battaglia.
Ma'mun (833 d.C.) congedo' prima del tempo uno dei suoi ufficiali,
pessimo giocatore, per poterlo avere a disposizione e batterlo regolarmente.
Un ruolo notevole nella diffusione e nello sviluppo degli scacchi fu
svolto dai Vichinghi, che nei primi secoli del Medio Evo girarono
in lungo e in largo tutti i paesi conosciuti, sia come guerrieri
conquistatori sia come mercanti. Ma i Vichinghi
erano anche un popolo civilizzatore e cosi' diffusero la passione per
gli scacchi ovunque capitarono: in Olanda, nel nord della Francia,
in Inghilterra, Irlanda, Scozia e Islanda.
In particolare in Islanda gli scacchi sono molto popolari ed anche i
piu' antichi racconti di questa terra sono ricchi di riferimenti
al gioco; si tratta delle ben note saghe che trattano delle
vicende e delle avventure dei vichinghi e dei
normanni, tra le quali alcune delle piu' famose riguardano il
Re Canuto II, detto il Grande, vissuto dal 995 al 1035, il primo
di cui si ha notizia come scacchista grazie alla testimonianza del
vescovo Utherico, che racconta di essere andato a
visitarlo di notte per una questione urgente e di averlo trovato
intento a giocare a scacchi con i suoi cortigiani.
Di origine danese, Canuto accompagno' il padre Svend Tveskaeg nella
conquista dell'Inghilterra, dove fu riconosciuto re nel 1016.
Due anni dopo conquisto' anche la Danimarca e dopo varie vicissitudini,
nel 1028, ottenne anche la corona di Norvegia.
Incoraggio' la diffusione del cristianesimo e cerco' sempre di conferire
ai suoi domini una unita' strutturale che superasse le divisioni di
clan, famiglie e tribu'.
Alla sua fama di condottiero si unisce quella di appassionato
giocatore di scacchi e celebre e' il racconto della sua partita con uno
dei nobili scandinavi a lui sottomessi. Questo nobile, di nome
Ulf accolse un giorno il re Canuto nella sua tenuta
di Roskilde, il giorno di san Michele del 1027. Poiche' il re
sembrava annoiarsi, Ulf gli propose di giocare una partita a scacchi.
A questo punto il racconto presenta due versioni: una sostiene che
il re fece una svista, perdendo un cavallo, e pretese di rifare la
mossa, trovando il rifiuto di Ulf; l'altra afferma che fu Ulf a sbagliare
e a richiedere di ritirare la mossa
giocata. In ogni caso la conclusione fu univoca: durante la notte Ulf
venne ucciso dai sicari del re.
L'imperatore bizantino Alessio, morto nel 1118 era solito giocare
a scacchi con i suoi famigliari. Lo riferisce il poema
"Alessiade", scritto dalla principessa Anna Comnena, sua figlia.
Il patriarca della Birmania, re Nerat, vissuto nella meta' del
1200, giocava spesso ma molto male, tanto che una novella racconta che
in una sola serata prese tre volte il matto dalla moglie, che gli era
mentalmente superiore.
Il famoso conquistatore mongolo Timur Il Terribile (1336-1405)
era noto per essere bravo nel gioco quanto valoroso guerriero;
definiva le partite a scacchi come "frustate al cervello per la
preparazione di nuove campagne di conquista".
Il grande Akbar, imperatore e primo Gran Mogol dell'India
(1542-1605), era cosi' appassionato che fece costruire nel palazzo
che aveva ad Agra, capitale dell'impero, una enorme scacchiera,
tuttora esistente, che poteva ospitare veri elefanti, veri
cammelli e veri cavalli.
 |
Nel 1680 o giu' di li, Luigi XIV, il Re Sole, ricevette in dono
dall'ambasciatore del Siam una serie di pezzi in avorio, scolpiti a
mano; i pezzi erano dipinti in rosso e in verde e rappresentavano
personaggi europei e personaggi indu'.
|
 |
Francesco Giuseppe, ultimo imperatore d'Austria, fu appassionato
del gioco soprattutto in gioventu'; ma non doveva avere molta pazienza,
se e' vero che un giorno colpi' il suo tutore sulla testa con una
scacchiera.
|
 |
Ma ancor peggio fece Guglielmo il
Conquistatore che uccise uno dei propri avversari, fracassandogli
sulla testa la scacchiera, dopo aver subito lo scacco matto.
|
Nel Rinascimento si vive in chiave di favola, attraverso gli scacchi,
l'epoca cavalleresca.
Per gli scacchi non esisteva una tradizione letteraria classica.
Ecco allora che gli umanisti la crearono: cosi' si parlo' di
Palamede come ideatore del gioco e si trovo' la prima menzione
degli scacchi nell'Odissea, dove Omero descrive i passatempi
dei principi che vogliono sposare Penelope.
Il gioco, per acquistare
valore in una societa' che puntava sul classicismo, doveva inserirsi
nella mitologia e nell'epica del passato, abbandonando le descrizioni
in lingua volgare per paludarsi di versi
latini.
Marco Girolamo Vida, l'umanista che poi fu chiamato
"il Virgilio cristiano" opero' questa trasposizione nel suo poema
"La Scaccheida".
Vida nacque a Cremona nel 1485. Da giovane, frequentando la corte dei
Gonzaga, scrisse una serie di poemetti latini che furono subito
apprezzati per l'eleganza dello stile.
A Roma ebbe per mecenate papa Leone X (Giovanni de' Medici) che,
appassionato giocatore, aveva letto il suo "Scacchia Ludus";
il pontefice gli assegno' un podere nel tuscolano, una villa che in
seguito divenne convento dei Carmelitani Scalzi, a San
Silvestro di Montecompatri. Attualmente nel convento, sotto un ritratto
del Vida, una lapide collocata nel 1605 ricorda come il poeta in quel
luogo scrisse la sua opera principale, "Cristiade".
Il successore di Leone X, papa Clemente VII (Giulio de'Medici) nomino'
il Vida protonotario apostolico e quindi vescovo di Alba nel Monferrato;
qui Vida mori' nel 1566.
La "Scaccheida" e' composta da 608 esametri latini che illustrano le
regole del gioco e descrivono lo svolgimento di una partita fra
Apollo e Mercurio, alla presenza degli dei dell'Olimpo.
La condotta della partita presenta varie vicende, spesso
anche scorrette: mosse ritirate, tentativi di rimettere in campo
pezzi catturati, suggerimenti ai giocatori da parte degli astanti.
Alla fine vince Mercurio, il dio piu' astuto. Questi poi, innamoratosi
della musa Scacchide, ninfa del fiume Serio che
si getta nell'Adda non lontano da Cremona, le dona la scacchiera e le
insegna le regole del gioco: appunto dalla musa Scacchide il poeta
dice di aver imparato a giocare da giovane.
|