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dal 1911 la rivista dello scacchista italiano

Ultimo aggiornamento: 17.2.98
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Mitologia

Miti, leggende, racconti e fiabe sull'origine del gioco degli scacchi sono stati elaborati spesso anche a distanza di secoli rispetto all'avvenimento narrato e non di rado sono pure fantasie: confermano pero' che il gioco ebbe sempre fortuna in ogni epoca.
Non sono poche, per esempio, le leggende che si riallacciano alla tradizione biblica, come quella secondo la quale Adamo avrebbe giocato a scacchi per consolarsi della morte del figlio Abele. Ancora ispirandosi alla Bibbia altre fonti parlano della abilita' nel gioco degli scacchi di Sem, figlio di Noe' e capostipite della razza asiatica. Nei manoscritti arabi si narra pure che Salomone avrebbe giocato con i suoi nobili. E che Caleg, inviato ad esplorare la Terra Promessa, sarebbe stato un appassionato scacchista.

Anche la mitologia non e' immune al fascino degli scacchi; non per nulla la protettrice ufficiale del gioco e' una ninfa degli alberi, la driade Caissa (ove e' evidente la assonanza con il termine inglese 'chess' che significa scacchi), il cui nome appare per la prima volta nel poema dal titolo omonimo di sir William Jones (1746-1794). Studioso di cultura orientale, l'inglese scrisse il poemetto nel 1763, ma la prima pubblicazione avvenne solo nove anni dopo ad Oxford. Nel poemetto Jones attribuisce l'invenzione degli scacchi a Marte: Caissa, che da il nome all'opera, ha solo attinenza indiretta con il gioco; di lei, infatti, Marte si innamora ma non e' ricambiato; una Naiade gli suggerisce di inventare un gioco che la lusinghi:
"Non sai tu un gioco, una attraente partita, che ti renda accetto agli occhi della fanciulla?";
per questo lo consiglia di rivolgersi ad Eufrone (o Sport), fratello di Amore. Eufrone acconsente e aiuta Marte ad inventare un gioco, gli scacchi, cosi' chiamati dal nome della ninfa stessa, per conquistarla.


A lovely Driad rang'd the Tracian wild,
her air enchanting, and her aspect mild:
to chase the bounding hart was all her joy,
adverse from Hymen and the Cyprian boy:
o'er hills and valleys her beauty fam'd
and fair Caissa was the damsel nam'd.

Una amabile driade corre per le foreste della Tracia
il suo viso e' incantevole, il suo aspetto dolce:
il suo passatempo e' la caccia del saltante cervo,
insidiata da Imene e dal figlio di Ciprigna:
per monti e per valli la sua bellezza e' famosa
e il nome della vezzosa fanciulla e' Caissa.

Il poemetto di Jones venne riprodotto in seguito da Peter Pratt nei suoi "Studies of Chess" (Londra 1803) e si diffuse cosi nel mondo degli appassionati. Successivamente anche George Walker accenno' nel suo "Chess and Chessplayers" (1850) all'altare di Caissa e ai devoti di Caissa, confermando in questa ninfa la musa degli scacchi.

Ancora di carattere mitologico la leggenda che vuole il gioco degli scacchi (ed in subordine quello della dama) ideato dal mitico Palamede, l'eroe greco che e' ricordato per avere 'inventato' tre pasti al giorno e che smaschero' Ulisse con uno stratagemma quando quest'ultimo si finse pazzo per non prendere parte alla guerra di Troia. Ma, e qui abbiamo la testimonianza di Omero, l'idea a Palamede la diede la dea Pallade Atena, altrimenti nota come Minerva, che secondo la teogonia di Esiodo era nata direttamente dal cervello di Zeus (foto), altrimenti noto come Giove. Dea guerriera e bellicosa, ma anche dea della quieta e serena luce celeste, della saggezza e della prudenza, Minerva ha caratteri morali connessi alla sua splendida bellezza fisica: cosi la dea rappresenta la luce dell'intelligenza e dirige gli eserciti, ma non in una guerra brutale, bensi con movimenti ragionevoli e con i piu' accorti stratagemmi. Secondo Omero fu proprio Minerva ad insegnare agli uomini ad aggiogare i cavalli e ad usare i cocchi, fu lei ad inventare la tromba di guerra ed il flauto, l'aratro e il telaio e, alla fine, gli scacchi.


Ma la Persia rivendica il diritto di primogenitura del gioco con la leggenda di Sissa, o per la precisione Sussa ibn Dahir al-Hindi, confermata da molti testi scritti in lingua 'pahlavica', ovvero in persiano antico: Sissa e' il saggio che come premio per l'invenzione del gioco chiese chicchi di grano, uno sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza e cosi' via sempre raddoppiando, mettendo in crisi il suo pur ricchissimo sovrano, il re Shiram. La storia e' ripresa in un altro testo assai antico, composto verso il VII secolo d.C. Si tratta del "Vicarisn i catrang ut nihisn i nev-artaxser", ovvero "spiegazione del gioco degli scacchi e invenzione del gioco del nard". Il 'nard' (poi 'tric trac' e oggi 'backgammon') utilizza i dadi e quindi e' aleatorio, poiche' la sorte esclude la volonta' umana, mentre negli scacchi nulla e' lasciato al caso. Nella contrapposizione tra i due giochi, gli scacchi vincono nettamente grazie al loro aspetto razionale, che da' liberta' e responsabilita' all'uomo, facendo derivare ogni conseguenza da una libera scelta del giocatore.
Nel libro si legge: "La spiegazione del principio degli scacchi (satrang) e' questa: e' cosa mediante intelligenza, in conformita' di quanto e' stato detto dai saggi - la vittoria su chi e' potente va ottenuta con la mente."

Altri grandi nomi dell'antichita' cui sono riferiti aneddoti a carattere scacchistico sono quelli di Tolomeo e di Alessandro Magno, cui il suo maestro, Aristotele (foto), avrebbe scritto una lettera riferentesi al gioco.


L'Occidente prosegue nella tradizione con i Cavalieri della Tavola Rotonda: da Carlo Magno a Re Artu', dai Paladini al Santo Gral.

Carlo Magno giocava davvero a scacchi, come ricorda la "Chanson de Roland" o si tratta dell'ennesimo falso storico?
Narra un aneddoto che dopo essere stato incoronato imperatore nell'800 da papa Leone III nella basilica di San Pietro a Roma, si fermo' a Roma fino ai primi di maggio dell' 801. Poi parti' alla volta di Aquisgrana, facendo pero' una deviazione a Pavia per ritirare un gioco di scacchi in avorio che gli era stato donato dal califfo di Baghdad, Harun-al-Rachid o Haroun-al-Rashid.
Di tale gioco si conserverebbe un solo pezzo,proveniente dal tesoro della abbazia di Saint-Denis presso Parigi; tale pezzo rappresenta un elefante, che allora equivaleva al moderno alfiere. Vi e' inciso un nome, non si sa se di un proprietario o dell'incisore, che per alcuni sarebbe orientale, per altri greco. Tuttavia il pezzo e' sicuramente di origine posteriore a Carlo Magno. Per di piu' pesa quasi un chilogrammo, per cui ci si chiede quanto avrebbe dovuto pesare il Re? Al di la' del reale valore del racconto su Saint Denis, non e' comunque impossibile che l'imperatore conoscesse e apprezzasse gli scacchi, gia' abbastanza diffusi anche nella sua epoca.


Le gesta scacchistiche dei Cavalieri della Tavola Rotonda vengono cantate dai trovatori: i cavalieri affrontano in incruente tenzoni a scacchi castellane belle quanto malvage. Chi perde ne diviene schiavo, chi le sconfigge le libera dall'incantesimo e ne gode i favori o ne conquista le proprieta'.
A questo periodo viene fatta risalire la prima applicazione storica del matto du berger, come dicono i francesi, ovvero matto del barbiere, attribuito al paladino francese Galvino.
Le mosse sono note:
1. e4,e5; 2. Ac4,d6; 3. Dh5,Cf6; 4. D:f7 scacco matto!

L'Oriente non e' da meno: un almanacco cinese riporta che nel 174 d.C. l'imperatore Liu-Pang avrebbe incaricato Hang-Sing, suo valoroso e accorto mandarino, di far guerra ad un re nemico.
Sopraggiunta la cattiva stagione e quindi il ristagno delle operazioni belliche, Hang-Sing, per tenere desto lo spirito combattivo dei soldati, avrebbe diffuso il gioco come immagine di battaglia.

Ma'mun (833 d.C.) congedo' prima del tempo uno dei suoi ufficiali, pessimo giocatore, per poterlo avere a disposizione e batterlo regolarmente.

Un ruolo notevole nella diffusione e nello sviluppo degli scacchi fu svolto dai Vichinghi, che nei primi secoli del Medio Evo girarono in lungo e in largo tutti i paesi conosciuti, sia come guerrieri conquistatori sia come mercanti. Ma i Vichinghi erano anche un popolo civilizzatore e cosi' diffusero la passione per gli scacchi ovunque capitarono: in Olanda, nel nord della Francia, in Inghilterra, Irlanda, Scozia e Islanda.

In particolare in Islanda gli scacchi sono molto popolari ed anche i piu' antichi racconti di questa terra sono ricchi di riferimenti al gioco; si tratta delle ben note saghe che trattano delle vicende e delle avventure dei vichinghi e dei normanni, tra le quali alcune delle piu' famose riguardano il Re Canuto II, detto il Grande, vissuto dal 995 al 1035, il primo di cui si ha notizia come scacchista grazie alla testimonianza del vescovo Utherico, che racconta di essere andato a visitarlo di notte per una questione urgente e di averlo trovato intento a giocare a scacchi con i suoi cortigiani.
Di origine danese, Canuto accompagno' il padre Svend Tveskaeg nella conquista dell'Inghilterra, dove fu riconosciuto re nel 1016. Due anni dopo conquisto' anche la Danimarca e dopo varie vicissitudini, nel 1028, ottenne anche la corona di Norvegia.
Incoraggio' la diffusione del cristianesimo e cerco' sempre di conferire ai suoi domini una unita' strutturale che superasse le divisioni di clan, famiglie e tribu'.
Alla sua fama di condottiero si unisce quella di appassionato giocatore di scacchi e celebre e' il racconto della sua partita con uno dei nobili scandinavi a lui sottomessi. Questo nobile, di nome Ulf accolse un giorno il re Canuto nella sua tenuta di Roskilde, il giorno di san Michele del 1027. Poiche' il re sembrava annoiarsi, Ulf gli propose di giocare una partita a scacchi.
A questo punto il racconto presenta due versioni: una sostiene che il re fece una svista, perdendo un cavallo, e pretese di rifare la mossa, trovando il rifiuto di Ulf; l'altra afferma che fu Ulf a sbagliare e a richiedere di ritirare la mossa giocata. In ogni caso la conclusione fu univoca: durante la notte Ulf venne ucciso dai sicari del re.

L'imperatore bizantino Alessio, morto nel 1118 era solito giocare a scacchi con i suoi famigliari. Lo riferisce il poema "Alessiade", scritto dalla principessa Anna Comnena, sua figlia.

Il patriarca della Birmania, re Nerat, vissuto nella meta' del 1200, giocava spesso ma molto male, tanto che una novella racconta che in una sola serata prese tre volte il matto dalla moglie, che gli era mentalmente superiore.

Il famoso conquistatore mongolo Timur Il Terribile (1336-1405) era noto per essere bravo nel gioco quanto valoroso guerriero; definiva le partite a scacchi come "frustate al cervello per la preparazione di nuove campagne di conquista".

Il grande Akbar, imperatore e primo Gran Mogol dell'India (1542-1605), era cosi' appassionato che fece costruire nel palazzo che aveva ad Agra, capitale dell'impero, una enorme scacchiera, tuttora esistente, che poteva ospitare veri elefanti, veri cammelli e veri cavalli.

Nel 1680 o giu' di li, Luigi XIV, il Re Sole, ricevette in dono dall'ambasciatore del Siam una serie di pezzi in avorio, scolpiti a mano; i pezzi erano dipinti in rosso e in verde e rappresentavano personaggi europei e personaggi indu'.


Francesco Giuseppe, ultimo imperatore d'Austria, fu appassionato del gioco soprattutto in gioventu'; ma non doveva avere molta pazienza, se e' vero che un giorno colpi' il suo tutore sulla testa con una scacchiera.


Ma ancor peggio fece Guglielmo il Conquistatore che uccise uno dei propri avversari, fracassandogli sulla testa la scacchiera, dopo aver subito lo scacco matto.


Nel Rinascimento si vive in chiave di favola, attraverso gli scacchi, l'epoca cavalleresca. Per gli scacchi non esisteva una tradizione letteraria classica. Ecco allora che gli umanisti la crearono: cosi' si parlo' di Palamede come ideatore del gioco e si trovo' la prima menzione degli scacchi nell'Odissea, dove Omero descrive i passatempi dei principi che vogliono sposare Penelope.
Il gioco, per acquistare valore in una societa' che puntava sul classicismo, doveva inserirsi nella mitologia e nell'epica del passato, abbandonando le descrizioni in lingua volgare per paludarsi di versi latini.

Marco Girolamo Vida, l'umanista che poi fu chiamato "il Virgilio cristiano" opero' questa trasposizione nel suo poema "La Scaccheida".
Vida nacque a Cremona nel 1485. Da giovane, frequentando la corte dei Gonzaga, scrisse una serie di poemetti latini che furono subito apprezzati per l'eleganza dello stile.
A Roma ebbe per mecenate papa Leone X (Giovanni de' Medici) che, appassionato giocatore, aveva letto il suo "Scacchia Ludus"; il pontefice gli assegno' un podere nel tuscolano, una villa che in seguito divenne convento dei Carmelitani Scalzi, a San Silvestro di Montecompatri. Attualmente nel convento, sotto un ritratto del Vida, una lapide collocata nel 1605 ricorda come il poeta in quel luogo scrisse la sua opera principale, "Cristiade". Il successore di Leone X, papa Clemente VII (Giulio de'Medici) nomino' il Vida protonotario apostolico e quindi vescovo di Alba nel Monferrato; qui Vida mori' nel 1566.
La "Scaccheida" e' composta da 608 esametri latini che illustrano le regole del gioco e descrivono lo svolgimento di una partita fra Apollo e Mercurio, alla presenza degli dei dell'Olimpo. La condotta della partita presenta varie vicende, spesso anche scorrette: mosse ritirate, tentativi di rimettere in campo pezzi catturati, suggerimenti ai giocatori da parte degli astanti. Alla fine vince Mercurio, il dio piu' astuto. Questi poi, innamoratosi della musa Scacchide, ninfa del fiume Serio che si getta nell'Adda non lontano da Cremona, le dona la scacchiera e le insegna le regole del gioco: appunto dalla musa Scacchide il poeta dice di aver imparato a giocare da giovane.

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