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dal 1911 la rivista dello scacchista italiano
Ultimo aggiornamento: 16.4.98

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Galileo Galilei
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Galileo Galilei, 1564-1642
Lettera a Leopoldo de' Medici
13 marzo 1640
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Galileo fu anche giocatore di scacchi, sebbene la sua abilita' fu
nettamente inferiore alla sua fama nel mondo scientifico.
Probabilmente conobbe gia' il gioco a Padova dove passo' gran parte
della sua giovinezza. Sicuramente in tarda eta' conobbe gli scacchi
e ne apprezzo' la varieta' delle combinazioni, secondo quanto risulta
da una lettera da lui scritta il 13 marzo
1640 da Arcetri a Leopoldo de' Medici, allora governatore di Siena.
La famiglia de' Medici non disdegnava infatti gli scacchi; a Firenze,
nella Galleria di Palazzo Pitti, si conserva per esempio la ricca
scacchiera di Cosimo I.
I granduchi Cosimo II e Ferdinando II, ai quali Galileo fu legato
da vincoli di amicizia (da Ferdinando ottenne la cattedra di
matematica all'Universita' di Pisa), quando l'Ordine di Santo Stefano
riordino' i propri statuti, nella loro qualita' di
Gran Maestri dell'Ordine fecero approvare un emendamento grazie al
quale il gioco degli scacchi venne permesso "xpressis verbis" ai
Cavalieri dell'ordine stesso: "Chi giuochera' in palazzo o in
palazzetto ad altri giochi che a scacchi e tavole,
incorra in pena della settena" (da Statuti dell'Ordine dei Cavalieri
di Santo Stefano, Firenze, Onofri 1665, titolo XVII, capitolo XXXIII).
Galileo, scrivendo a Leopoldo, si avvalse degli scacchi per una
efficace similitudine: lamentando che la cecita' gli impediva di
scrivere di persona, costringendolo a dettare, affermava:
Nel far deporre in carta i miei concetti, molte e molte volte
mi bisogna far rileggere i periodi scritti avanti, per poter
soggiungere gli altri seguenti, e schivar di non ripetere piu'
volte le cose gia' dette. E creda l'Altezza Vostra Serenissima a
me, che dalla esperienza ne sono addottrinato, che dallo
scrivere servendosi degli occhi e della mano propria, al dover
usare quella di un altro, vi e' quasi quella differenza che altri
nel gioco egli scacchi troverebbe tra il giocar con gli occhi aperti
e il giocar con gli occhi bendati o chiusi.
Imperocche' in questa seconda maniera delle tre o quattro gite
di alcuni pezzi in poi, e' impossibile tenere a memoria delle
mosse d'altri piu'; ne' puo' bastare il farsi replicare piu'
volte il posto dei pezzi con pensiero di poter produrre il gioco
fino all'ultimo scacco, perche' credo si tratti poco meno
dell'impossibile.
Si puo' da questa frase dedurre che Galileo abbia tentato di giocare
a scacchi alla cieca, anche se senza risultato? Non sembra probabile,
data l'eta' (allora Galileo aveva
77 anni), ma sicuramente la lettera rivela la sua conoscenza del
gioco e delle varie combinazioni, ritenute cosi complesse da
rendere, nell'opinione del grande scienziato, praticamente
impossibile seguire lo svolgimento della partita 'fino all'ultimo
scacco' senza l'ausilio della scacchiera.
In realta' il gioco alla cieca e' possibile e praticato dai
Maestri, ma la persuasione di Galileo, pur se fondata su una
sopravvalutazione delle difficolta' del gioco, costituisce ancor
oggi un autentico "elogio agli scacchi".
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